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Alda Merini – Il caffè

Quello che segue è un racconto scritto da Alda Merini e pubblicato nella raccolta Il ladro Giuseppe, per la casa editrice Scheiwiller, nel 1999.

C’è un caffè, giù sulla Ripa, gestito da due sorelle dove io mi ritrovo tutti i giorni insieme ad altre compagne di sventura. Sì, perché la vita è una enorme assurda sventura. I nostri discorsi li conosciamo a memoria come conosciamo a memoria la vita l’una dell’altra. Abbiamo tutte un punto debole, un punto doloroso di cui parliamo sempre e questo caffè somiglia o un confessionale o a un luogo di psicoterapia piuttosto che a una birreria.
Una volta un tizio mi disse che non davo buono spettacolo facendomi vedere lì dentro mentre le altre massaie rassettavano la casa, ma io mi ero messa a ridere; e dove la trovavo io la forza di andare avanti, se nessuno mi parlava mai? Sì, d’accordo, erano discorsi scuciti di gente molto vicina all’arteriosclerosi, ma in fondo erano discorsi umani accorti, anzi con un certo piglio signorile perché le persone che frequentavano questo bar avevano tutte licenza di credere che sarebbero state persone altolocate se il caso fosse stato benigno.
Beh, ecco, il baretto consta di un largo pancone e poche sedie per le persone più anziane, ma ci si trova bene e si addice meravigliosamente al Naviglio che sta di fronte. Fuori la scritta “La Madonina” precisa che ci troviamo proprio a Milano, nel cuore della vecchia città, che non ci possiamo sbagliare e che lì dentro è tutto milanese; le sorelle poi che gestiscono il locale – il quale non ha subito modifiche da oltre un centinaio di anni – sono abilissime e curiose, quel tanto di curiosità che basta a farti dire con piacere le tue cose private come se ti scaricassi di un lungo inveterato peso.
“La Madonina”: ecco il mio punto fermo nella vita e alle volte vorrei scrollarmelo di dosso come un piacere che non merito, a volte mi dico che ho cose più urgenti da fare, che non è giusto che una madre di famiglia si sieda a prendere un buon caffè; ma poi mi consolo pensando che sì, in fondo, non vado mai dal parrucchiere, che non ho altri sfoghi e così mi adagio serenamente nella poltrona del piccolo caffè e lì comincio a dipanare ricordi senza fine e senza nome sulla scie dei discorsi degli altri, fumandomi qualche sigaretta, regalata anche quella dall’alice che è la più giovane delle sorelle.
Così, ecco un punto fermo. Credo che tutti nella vita ne abbiano bisogno uno; chi se lo fa al bar, chi in altri posti, chi persino in chiesa. E poi – lo crederesti, lettore? – in questo bar qualche volta si prega: sì, perché, vedete, siamo tutte persone spaurite che andiamo a rifugiarci lì dentro a chiedere una grazia – solo che questa grazia invece di chiederla a Dio la chiediamo a una buona tazza di caffè.

Comprensione del testo

  1. Nel testo, come viene descritto il ruolo che il caffè “La Madonina” ha nella vita della narratrice?
    a) Un luogo dove si va solo per gustare un buon caffè e fumare una sigaretta.
    b) Un luogo di rifugio dove si può condividere la propria vita con altre persone che frequentano il posto.
    c) Un luogo di estraneità dove le persone evitano di condividere le proprie esperienze personali.
    d) Un luogo dove si va principalmente per discutere di argomenti superficiali e triviali.
  2. Nel testo, come viene descritta l’atmosfera all’interno del caffè “La Madonina”?
    a) Un luogo moderno e alla moda, frequentato principalmente da giovani.
    b) Un luogo che non ha subito modifiche da oltre un secolo, gestito da due sorelle curiose e capaci.
    c) Un ambiente freddo e impersonale, dove le persone raramente interagiscono tra loro.
    d) Un locale commercializzato con un’ampia gamma di servizi e intrattenimenti disponibili.
  3. Quale descrizione riflette meglio l’opinione della narratrice riguardo alle conversazioni che si svolgono nel caffè “La Madonina”?
    a) Discorsi superficiali e senza sostanza, tenuti principalmente per riempire il silenzio.
    b) Conversazioni profonde e significative che offrono uno scambio umano genuino e a volte un certo piglio signorile.
    c) Dialoghi leggeri e divertenti, che servono principalmente come mezzo di evasione dalla realtà quotidiana.
    d) Discussioni accese e polemiche, che spesso portano a disaccordi e conflitti.

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Tullio De Mauro – Leggere è un privilegio

Vi proponiamo un bellissimo brano tratto dal testo Il gusto della lettura, di Tullio De Mauro.

Leggere, potere leggere, avere il gusto di leggere, è un privilegio. È un privilegio della nostra intelligenza, che trova nei libri l’alimento primo dell’informazione e gli stimoli al confronto, alla critica, allo sviluppo. È un privilegio della fantasia, che attraverso le parole scritte nei secoli si apre il varco verso l’esplorazione fantastica dell’immaginario, del mareggiare delle altre possibilità tra le quali si è costruita l’esperienza reale degli esseri umani. È un privilegio della nostra vita pratica, perfino economica: chi ha il gusto di leggere non è mai solo e, con spesa assai modesta, può intessere i più affascinanti colloqui, assistere agli spettacoli più fastosi. Non c’è cocktail party, non c’è terrazza, non happening, non premiere che offra quello che chi ha gusto di lettura può trovare solo allungando la mano verso un qualsiasi modesto palchetto di biblioteca. Non c’è Palazzo che valga quello di Armida, o quell’ hegeliano castello del sapere dalle cento e cento porte, dove suonano solo le quiete voci della conoscenza e della fantasia. E mentre altre esperienze si consumano nel ripetersi, nel leggere, invece, come ha detto una volta un poeta, dieci e dieci volte possiamo tornare sullo stesso testo, ogni volta riscoprendone un nuovo senso, un più sottile piacere.

Comprensione del testo

  1. Nel testo, quale aspetto dell’esperienza della lettura viene definito come un privilegio per l’intelligenza umana?
    a) La possibilità di sviluppare la creatività attraverso le attività manuali
    b) L’opportunità di esplorare nuovi luoghi attraverso viaggi fisici
    c) La possibilità di ottenere stimoli per il confronto e lo sviluppo critico attraverso i libri
    d) L’opportunità di interagire con altre persone in eventi sociali
  2. Come viene descritta l’esperienza di leggere lo stesso testo più volte, secondo quanto espresso nel testo?
    a) Come un’esperienza che tende ad essere monotona e prevedibile
    b) Come una possibilità di riscoprire continuamente nuovi significati e piaceri più sottili
    c) Come un’attività che tende a diminuire il piacere ad ogni lettura successiva
    d) Come un’esperienza che offre un unico significato costante ad ogni lettura
  3. In base al testo, quale funzione detiene la lettura nel contesto dell’immaginario umano?
    a) Restringe la capacità di immaginare e esplorare nuove possibilità.
    b) Consente un’esplorazione fantastica dell’immaginario e il fluire di altre possibilità nella costruzione dell’esperienza umana reale.
    c) Funge da strumento per comprendere soltanto la realtà tangibile e presente.
    d) Limita l’esperienza umana alle sole informazioni e conoscenze presenti nel testo letto.

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Italo Calvino – Il principe granchio

Questa fiaba di Italo Calvino è intitolata “Il principe granchio”. Purtroppo un colpo di vento ha messo in disordine i paragrafi. Prova a riordinarli tu! La A è corretta.

A. Una volta c’era un pescatore che non riusciva mai a pescare abbastanza da comprare la polenta per la sua famigliola. Un giorno, tirando le reti, sentì un peso da non poterlo sollevare, tira e tira ed era un granchio così grosso che non bastavano due occhi per vederlo tutto. – Oh, che pesca ho fatto, stavolta! Potessi comprarmici la polenta per i miei bambini!

B. Allora il vagabondo uscì da dietro ai tendaggi, si tuffò anche lui nella vasca e nuotando sott’acqua andò a sbucare nella peschiera del Re. La figlia del Re che era lì a guardare i suoi pesci, vide affiorare la testa del vagabondo e disse: – Oh: cosa fate voi qui? – Taccia, padroncina, – le disse il vagabondo, – ho da raccontarle una cosa meravigliosa -. Uscì fuori e le raccontò tutto. – Adesso capisco dove va il granchio da mezzogiorno alle tre! – disse la figlia del Re. – Bene, domani a mezzogiorno andremo insieme a vedere.

C. Rispose il Re: – Ma cosa vuoi che me ne faccia di un granchio? Non puoi andarlo a vendere a qualcun altro? In quel momento entrò la figlia del Re: – Oh che bel granchio, che bel granchio! Papà mio, compramelo, compramelo, ti prego. Lo metteremo nella peschiera insieme con i cefali e le orate.

D. Tornò a casa col granchio in spalla, e disse alla moglie di mettere la pentola al fuoco che sarebbe tornato con la polenta. E andò a portare il granchio al palazzo del Re. – Sacra Maestà, – disse al Re, – sono venuto a vedere se mi fa la grazia di comprarmi questo granchio. Mia moglie ha messo la pentola al fuoco ma non ho i soldi per comprare la polenta.

E. Seduta su uno scoglio, con le otto damigelle vestite di bianco, su otto scogli intorno, la figlia del Re suonava il violino. E dalle onde venne su la Fata. – Come suona bene! – le disse. – Suoni, suoni che mi piace tanto!

F. Così l’indomani, nuotando per il canale sotterraneo, dalla peschiera arrivarono alla sala e si nascosero tutti e due dietro i tendaggi. Ed ecco che a mezzogiorno spunta fuori la Fata in groppa al granchio.

G. Lasciata la Fata e tornando a nuotare verso la peschiera, il Principe – perché era un Principe spiegava alla sua innamorata, stretti insieme dentro la scorza di granchio, cosa doveva fare per liberarlo: – Devi andare su uno scoglio in riva al mare e metterti a suonare e cantare. La Fata va matta per la musica e uscirà dal mare a ascoltarti e ti dirà: «Suoni, bella giovane, mi piace tanto». E tu risponderai: «Sì che suono, basta che lei mi dia quel fiore che ha in testa». Quando avrai quel fiore in mano, sarò libero, perché quel fiore è la mia vita.

H. Intanto il granchio era tornato alla peschiera e lasciò uscire dalla scorza la figlia del Re. Il vagabondo era rinuotato via per conto suo e, non trovando più la Principessa, pensava d’essersi messo in un bel guaio, ma la giovane ricomparve fuori dalla peschiera, e lo ringraziò e compensò lautamente. Poi andò dal padre e gli disse che voleva imparare la musica e il canto. Il Re, che la contentava in tutto, mandò a chiamare i più gran musici e cantanti a darle lezioni.

I. La Fata batte la bacchetta e dalla scorza del granchio esce fuori il bel giovane e va a mangiare. Alla Principessa, se il granchio già le piaceva, il giovane uscito dal granchio le piaceva ancora di più, e subito se ne sentì innamorata. E vedendo che vicino a lei giaceva la scorza del granchio vuota, ci si cacciò dentro, senza farsi vedere da nessuno.

J. La Principessa non si stancava mai di guardare quel granchio e non s’allontanava mai dalla peschiera. Aveva imparato tutto di lui, delle abitudini che aveva, e sapeva anche che da mezzogiorno alle tre spariva e non si sapeva dove andasse. Un giorno la figlia del Re era lì a contemplare il suo granchio, quando sentì suonare la campanella.

K. Questa figlia del Re aveva la passione dei pesci e se ne stava delle ore seduta sull’orlo della peschiera in giardino, a guardare i cefali e le orate che nuotavano. Il padre non vedeva che per i suoi occhi e la contentò. Il pescatore mise il granchio nella peschiera e ricevette una borsa di monete d’oro che bastava a dar polenta per un mese ai suoi figlioli.

L. Il giovane si sedette a tavola, la Fata batté la bacchetta, e nei piatti comparvero le vivande e nelle bottiglie il vino. Quando il giovane ebbe mangiato e bevuto, tornò nella scorza di granchio, la Fata lo toccò con la bacchetta e il granchio la riprese in groppa, s’immerse nella vasca e scomparve con lei sott’acqua.

M. S’affacciò al balcone e c’era un povero vagabondo che chiedeva la carità. Gli buttò una borsa di monete d’oro, ma il vagabondo non fu lesto a prenderla al volo e gli cadde in un fosso. Il vagabondo scese nel fosso per cercarla, si cacciò sott’acqua e si mise a nuotare.

N. La Fata e il granchio saltarono nella sala, la Fata toccò il granchio con la sua bacchetta, e dalla scorza del granchio uscì fuori un bel giovane.

O. Il fosso comunicava con la peschiera del Re attraverso un canale sotterraneo che continuava fino a chissà dove. Seguitando a nuotare sott’acqua, il vagabondo si trovò in una bella vasca, in mezzo a una gran sala sotterranea tappezzata di tendaggi, e con una tavola imbandita.

P. Così, tornata a casa, la Principessa disse al Re che s’era tanto divertita, e nient’altro. L’indomani alle tre, si sente un rullo di tamburi, uno squillo di trombe, uno scalpitìo di cavalli: si presenta un maggiordomo a dire che il figlio del suo Re domanda udienza.

Q. Il Principe fece al Re regolare domanda della mano della Principessa e poi raccontò tutta la storia. Il Re ci restò un po’ male perché era all’oscuro di tutto; chiamò la figlia e questa arrivò correndo e si buttò nelle braccia del Principe: – Questo è il mio sposo, questo è il mio sposo! – e il Re capì che non c’era altro da fare che combinare le nozze al più presto.

R. Quando il giovane rientrò nella scorza di granchio ci trovò dentro quella bella ragazza. – Cos’hai fatto? – le disse, sottovoce, – se la Fata se n’accorge ci fa morire tutt’e due. – Ma io voglio liberarti dall’incantesimo! – gli disse, anche lei pianissimo, la figlia del Re. – Insegnami cosa devo fare. – Non è possibile, – disse il giovane. – Per liberarmi ci vorrebbe una ragazza che m’amasse e fosse pronta a morire per me.

S. Il vagabondo uscì dalla vasca e si nascose dietro i tendaggi. A mezzogiorno in punto, nel mezzo della vasca spuntò fuori dall’ acqua una Fata seduta sulla schiena d’un granchio.

T. La Principessa disse: – Sono io quella ragazza! Intanto che si svolgeva questo dialogo dentro la scorza di granchio, la Fata si era seduta in groppa, e il giovane manovrando le zampe del granchio come al solito, la trasportava per le vie sotterranee verso il mare aperto, senza che essa sospettasse che insieme a lui era nascosta la figlia del Re.

U. Appena ebbe imparato, la figlia disse al Re: – Papà, ho voglia d’andare a suonare il violino su uno scoglio in riva al mare. – Su uno scoglio in riva al mare? Sei matta? – ma come al solito la accontentò, e la mandò con le sue otto damigelle vestite di bianco. Per prevenire qualsiasi pericolo, la fece seguire da lontano da un po’ di truppa armata.

V. La figlia del Re le disse: – Sì che suono, basta che lei mi regali quel fiore che porta in testa, perché io vado matta per i fiori. – Glielo darò se lei è capace d’ andarlo a prendere dove lo butto. – E io ci andrò, – e si mise a suonare e cantare. Quando ebbe finito, disse: – Adesso mi dia il fiore. – Eccolo, – disse la Fata e lo buttò in mare, più lontano che poteva.

W. La Principessa lo vide galleggiare tra le onde, si tuffò e si mise a nuotare. – Padroncina, padroncina! Aiuto, aiuto! – gridarono le otto damigelle ritte sugli scogli coi veli bianchi al vento. Ma la Principessa nuotava, nuotava, scompariva tra le onde e tornava a galla, e già dubitava di poter raggiungere il fiore quando un’ondata glielo portò proprio in mano.

X. In quel momento sentì una voce sotto di lei che diceva: – Mi hai ridato la vita e sarai la mia sposa. Ora non aver paura: sono sotto di te e ti trasporterò io a riva. Ma non dire niente a nessuno, neanche a tuo padre. Io devo andare ad avvertire i miei genitori ed entro ventiquattr’ore verrò a chiedere la tua mano. – Sì, sì, ho capito, – lei gli rispose, soltanto, perché non aveva più fiato, mentre il granchio sott’ acqua la trasportava verso riva.

L'ordine esatto è: A
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Giuseppe Tomasi di Lampedusa – Il Gattopardo

Questo è un famoso brano del libro Il Gattopardo, di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, ambientato nel 1860, al tempo dell’unificazione dell’Italia. E’ il dialogo tra il protagonista, il nobile Don Fabrizio principe di Salina, e il nipote Tancredi: quest’ultimo, arruolatosi con Garibaldi, con la sua celebre frase “Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi”, esprime la convinzione che per i nobili è molto meglio appoggiare la monarchia dei Savoia e cacciare i Borbone ormai sconfitti che rischiare l’avvento di una repubblica. Col tempo, la frase è diventata un motto molto citato.

La mattina dopo il sole illuminò un Principe rinfrancato. Aveva preso il ed in veste da camera rossa fiorata di nero si faceva la dinanzi allo specchietto. Bendicò[1] posava il pesante sulla sua pantofola. Mentre si la guancia destra vide nello specchio, dietro la sua, la faccia di un , un volto magro, distinto, con un’espressione di timorosa beffa. Non si voltò e continuò a radersi. – Tancredi, cosa hai combinato la notte scorsa? – Buon giorno, zio. Cosa ho combinato? Niente di : sono stato con gli amici. Una notte santa. Non come conoscenze mie che sono state a divertirsi a Palermo. – Don Fabrizio si applicò a radere bene quel tratto di pelle difficoltoso fra labbro e . La voce leggermente nasale del ragazzo portava una tale carica di brio giovanile che era impossibile arrabbiarsi; sorprendersi, però, poteva forse esser . Si voltò e con l’asciugamano sotto il mento guardò il nipote. Questi era in tenuta da , giubba attillata e gambaletti alti. – E chi erano queste conoscenze, si può sapere? – Tu, zione, tu. Ti ho visto con questi occhi, al posto di di Villa Airoldi mentre parlavi col sergente. Belle cose, alla tua età! e in compagnia di un Reverendissimo! I ruderi libertini! – Era davvero troppo , credeva di poter permettersi tutto. Attraverso le strette fessure delle gli occhi azzurro-torbido, gli occhi di sua madre, i suoi stessi occhi lo fissavano ridenti. Il Principe si sentì offeso: questo qui veramente non sapeva a che punto fermarsi, ma non aveva l’ di rimproverarlo; del resto aveva ragione lui. – Ma perché sei vestito così? Cosa c’è? Un ballo in maschera di mattina? – Il ragazzo divenne : il suo volto triangolare assunse una inaspettata espressione virile. – Parto, zione, parto fra mezz’ora. Sono venuto a salutarti. – Il povero Salina si sentì stringere il . – Un duello? – Un grande duello, zio. Contro Franceschiello Dio Guardi[2]. Vado nelle montagne, a Corleone; non lo dire a nessuno, non a Paolo[3]. Si preparano grandi cose, zione, ed io non voglio restarmene a casa, dove, del resto, mi acchiapperebbero , se vi restassi. – Il Principe ebbe una delle sue visioni improvvise: una crudele scena di guerriglia, schioppettate nei boschi, ed il suo Tancredi per terra, sbudellato come quel disgraziato soldato. – Sei , figlio mio! Andare a mettersi con quella gente! Sono tutti mafiosi e imbroglioni. Un Falconeri[4] dev’essere con noi, per il Re. – Gli occhi ripresero a sorridere. – Per il Re, certo, ma per quale Re? – Il ragazzo ebbe una delle sue crisi di serietà che lo rendevano impenetrabile e caro. – Se non ci siamo anche noi, quelli ti combinano la repubblica. Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi. Mi sono spiegato? – Abbracciò lo zio un po’. – Arrivederci a presto. Ritornerò col . – La retorica degli amici aveva stinto un po’ anche su suo nipote; eppure no. Nella voce nasale vi era un accento che smentiva l’enfasi. Che ragazzo! Le sciocchezze e nello stesso tempo il diniego delle sciocchezze. E quel suo Paolo che in questo momento stava certo a sorvegliare la digestione di “Guiscardo!”[5]. Questo era il figlio suo vero. Don Fabrizio si alzò in fretta, si strappò l’ dal collo, frugò in un cassetto. – Tancredi, Tancredi, aspetta – corse dietro al nipote, gli mise in tasca un rotolino di «onze»[6] d’oro, gli premette la . Quello rideva: – Sussidi la rivoluzione, adesso! Ma grazie, zione, a presto; e tanti abbracci alla zia. – E si precipitò giù per le .

[1] Il cane di Don Fabrizio.
[2] Soprannome del re Francesco II di Borbone. Dio Guardi (cioè, “Dio me ne guardi, mi salvi”) è un’ironica storpiatura del latino Dei gratia: il re delle Due Sicilie era infatti tale “per grazia di Dio”.
[3] Figlio di Don Fabrizio.
[4] Cognome di Tancredi.
[5] Nome del cavallo di Paolo.
[6] Monete.

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Elena Lucrezia Cornaro Piscopia

Elena Lucrezia Cornaro Piscopia nasce a Padova nel 1646 in una famiglia aristocratica. Sin da giovane dimostra una straordinaria intelligenza e passione per lo studio. Il padre, studioso di fisica e possessore di una vasta biblioteca personale, comprende l’importanza dell’istruzione per sua figlia e le permette di dedicarsi agli studi. Elena ha l’opportunità di avvalersi dei migliori insegnanti del momento, messi a sua disposizione dal padre, e approfondisce le sue conoscenze in diversi campi.

La giovane Elena si fa presto conoscere per la sua notevole erudizione in teologia e filosofia. Partecipa attivamente alle dispute pubbliche filosofiche e teologiche, dimostrando una mente acuta e arguta. La sua passione per il sapere e il desiderio di contribuire alla diffusione della conoscenza la portano a essere una figura stimata nel panorama intellettuale del suo tempo.

Nonostante l’iniziale opposizione e scetticismo riguardo al ruolo delle donne negli studi accademici, il vescovo di Padova, che riveste anche la carica di cancelliere dell’Università, riconosce il valore delle sue capacità e le conferisce la laurea in filosofia nel 1678. Questo riconoscimento fa di Elena la prima donna laureata al mondo, un traguardo straordinario che rompe le barriere di genere nell’ambito accademico.

Purtroppo, la sua vita è segnata da un destino breve, e muore giovane nel 1684. Tuttavia, il suo impatto sulla società e la sua eredità come figura di intelligenza, perseveranza e determinazione continuano a essere celebrati nel corso dei secoli. Elena Lucrezia Cornaro Piscopia rimane un simbolo di emancipazione femminile e di apertura verso l’istruzione e la conoscenza per tutte le persone, indipendentemente dal genere. La sua storia ispira ancora oggi chi lotta per l’uguaglianza e per il riconoscimento del valore dell’istruzione come strumento di crescita e sviluppo individuale e collettivo.

Comprensione del testo

  1. Quando nasce Elena Lucrezia Cornaro Piscopia?
    a) 1646
    b) 1678
    c) 1684
    d) 1451
  2. Cosa la rende una figura stimata nel panorama intellettuale del suo tempo?
    a) La sua passione per la moda
    b) La sua erudizione in teologia e filosofia
    c) La sua abilità nel gioco degli scacchi
    d) La sua carriera da ballerina
  3. Chi le conferisce la laurea in filosofia nel 1678?
    a) Suo padre
    b) Il re di Padova
    c) Il vescovo di Padova
    d) Un famoso scrittore

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Le leggi della stupidità

Questo estratto tratto da “Allegro ma non troppo” di Carlo M. Cipolla, ci porta ad esplorare le peculiarità e gli effetti distruttivi della stupidità umana, fenomeno onnipresente nella società. Cipolla in modo ironico e brillante propone una riflessione seria sul ruolo dello stupido, analizzato attraverso cinque leggi fondamentali. Questo testo sottolinea la natura insidiosa e imprevedibile della stupidità, ponendola come una forza superiore e più pericolosa rispetto a qualsiasi altra forma di malizia o incompetenza. L’autore sottolinea come la stupidità non solo arrechi danno all’individuo e alla società, ma rappresenti anche un ostacolo alla prevenzione e alla difesa, a causa della sua natura irrazionale e imprevedibile. Attraverso l’ironia e la saggezza, Cipolla ci invita a riconoscere e a riflettere sulla presenza e l’effetto della stupidità nella nostra vita quotidiana.

“Le faccende umane si trovano, per unanime consenso, in uno stato deplorevole. Questa peraltro non è una novità. Per quanto indietro si riesca a guardare, esse sono sempre state in uno stato deplorevole. Il pesante fardello di guai e miserie che gli esseri umani devono sopportare, sia come individui che come membri della società organizzata sin dai suoi inizi.
Da Darwin sappiamo di condividere la nostra origine con le altre specie del regno animale e tutte le specie, si sa, dal vermiciattolo all’elefante, devono sopportare la loro dose quotidiana di tribolazioni, timori, […], pene e avversità. Gli esseri umani, tuttavia, hanno il privilegio di doversi sobbarcare un peso aggiuntivo, una dose extra di tribolazioni quotidiane, causate da un gruppo di persone che appartengono allo stesso genere umano. Questo gruppo è molto più potente della Mafia o del Complesso industriale o dell’Internazionale Comunista.
È un gruppo non organizzato, non facente parte di alcun ordinamento, che non ha capo, né presidente, né statuto, ma che riesce tuttavia ad operare in perfetta sintonia come se fosse guidato da una mano invisibile, in modo tale che le attività di ciascun membro contribuiscono potentemente a rafforzare ed amplificare l’efficacia dell’ attività di tutti gli altri membri.

LE LEGGI FONDAMENTALI DELLA STUPIDITÀ

1. Sempre ed inevitabilmente ognuno di noi sottovaluta il numero di individui stupidi in circolazione.
2. La probabilità che una certa persona sia stupida è indipendente da qualsiasi altra caratteristica della persona.
3. Una persona stupida è una persona che causa un danno ad un’altra persona o gruppo di persone senza nel contempo realizzare alcun vantaggio per sé o addirittura subendo una perdita.
4. Le persone non stupide sottovalutano sempre il potenziale nocivo delle persone stupide. In particolare i non stupidi dimenticano costantemente che in qualsiasi momento e luogo, ed in qualunque circostanza, trattare e/o associarsi con individui stupidi si dimostra infallibilmente un costosissimo errore.
5. La persona stupida è il tipo di persona più pericolosa che esista. Non è difficile comprendere come il potere politico o economico o burocratico accresca il potenziale nocivo di una persona stupida. Ma dobbiamo ancora spiegare e capire cosa essenzialmente rende pericolosa una persona stupida; in altre parole in cosa consiste il potere della stupidità.
Essenzialmente gli stupidi sono pericolosi e funesti perché le persone ragionevoli trovano difficile immaginare e capire un comportamento stupido. Una persona intelligente può capire la logica di un bandito. Le azioni del bandito seguono un modello di razionalità. Il bandito vuole un “più” sul suo conto. Dato che non è abbastanza intelligente per escogitare metodi con cui ottenere un “più” per sé procurando allo stesso tempo un “più” anche ad altri, egli otterrà il suo “più” causando un “meno” al suo prossimo. Tutto ciò non è giusto, ma è razionale, e se si è razionali lo si può prevedere. Si possono insomma prevedere le azioni di un bandito, le sue sporche manovre e le sue deplorevoli aspirazioni e spesso si possono approntare le difese opportune.
Con una persona stupida tutto ciò è assolutamente impossibile. Come è implicito nella Terza Legge Fondamentale, una creatura stupida vi perseguiterà senza ragione, senza un piano preciso, nei tempi e nei luoghi più improbabili e impensabili.
Non vi è alcun modo razionale per prevedere se, quando, come e perché, una creatura stupida porterà avanti il suo attacco.
Di fronte ad un individuo stupido, si è completamente alla sua mercé. Poiché le azioni di una persona stupida non sono conformi alle regole della razionalità, ne consegue che:
a) generalmente si viene colti di sorpresa dall’attacco;
b) anche quando si acquista consapevolezza dell’attacco, non si riesce ad organizzare una difesa razionale, perché l’attacco, in se stesso, è sprovvisto di una qualsiasi struttura razionale.
Il fatto che l’attività e di movimenti di una creatura stupida siano assolutamente erratici ed irrazionali, non solo rende la difesa problematica, ma rende anche estremamente difficile qualunque contrattacco – come cercare di sparare ad un oggetto capace dei più improbabili e inimmaginabili movimenti.
Questo è ciò che Dickens e Schiller avevano in mente quando l’uno affermò che “con la stupidità e la buona digestione l’uomo può affrontare molte cose” e l’altro che”contro la stupidità gli stessi Dei combattono invano”.
Occorre tener conto anche di un’altra circostanza. La persona intelligente sa di essere intelligente. Il bandito è cosciente di essere un bandito. Lo sprovveduto è penosamente pervaso dal senso della propria sprovvedutezza. Al contrario di tutti questi personaggi, lo stupido non sa di essere stupido. Ciò contribuisce potentemente a dare maggior forza, incidenza ed efficacia alla sua azione devastatrice.
Lo stupido non è inibito da quel sentimento che gli anglosassoni chiamano self-consciousness. Col sorriso sulle labbra, come se compisse la cosa più naturale del mondo, lo stupido comparirà improvvisamente a scatafasciare i tuoi piani, distruggere la tua pace, complicarti la vita ed il lavoro, farti perdere denaro, tempo, buonumore, appetito, produttività – e tutto questo senza malizia, senza rimorso, e senza ragione. Stupidamente”.

(da Carlo M. Cipolla, Allegro ma non troppo)

Comprensione del testo

  1. Che cosa mette in evidenza Carlo M. Cipolla nel suo libro?
    A) L’importanza dell’educazione
    B) L’irrazionalità e la pericolosità dell’inconsapevolezza della stupidità umana
    C) La teoria dell’evoluzione
    D) Le origini della mafia
  2. Qual è il concetto centrale espresso dal testo di riferimento?
    A) L’importanza dell’intelligenza umana
    B) Le tribolazioni quotidiane degli esseri umani
    C) L’irrazionalità e pericolosità dell’inconsapevolezza della stupidità umana
    D) La potenza della mafia e del complesso industriale
  3. Cosa suggerisce l’autore riguardo alla stupidità umana?
    A) È necessaria per lo sviluppo umano
    B) È un fenomeno raro
    C) È pericolosa e si manifesta in modo irrazionale
    D) È una qualità positiva
  4. Secondo il concetto di “stupidità” di Carlo M. Cipolla in “Allegro ma non troppo”, come si comporta una persona stupida?
    A) Causa un danno ad un’altra persona o gruppo di persone ottenendo vantaggio per sé
    B) Causa un danno ad un’altra persona o gruppo di persone senza ottenere alcun vantaggio per sé o addirittura subendo una perdita
    C) Non causa danno ad alcuna persona e agisce sempre razionalmente
    D) Causa un danno solo a sé stessa, non influenzando altre persone
  5. Nel contesto di “Allegro ma non troppo”, come influisce l’irrazionalità della stupidità sull’interazione con persone stupide?
    A) Rende la previsione e la difesa dai loro attacchi un compito facile
    B) Crea sorpresa e difficoltà nel formare una difesa razionale poiché le loro azioni sono sprovviste di struttura razionale
    C) Non influisce sulla previsione e la difesa poiché la stupidità è prevedibile
    D) Aumenta la capacità di previsione poiché le azioni stupide seguono un modello razionale
  6. Secondo “Allegro ma non troppo”, cosa rende particolarmente pericolosa una persona stupida?
    A) La sua consapevolezza della propria stupidità
    B) Il fatto che non sia consapevole della propria stupidità, aumentando l’efficacia della sua azione devastatrice
    C) La sua capacità di agire in modo razionale e prevedibile
    D) Il fatto che sia consapevole della propria intelligenza
  7. Secondo l’opera di Carlo M. Cipolla, come si differenzia una persona stupida da un bandito?
    A) Un bandito agisce razionalmente per ottenere un vantaggio personale, mentre una persona stupida causa danno senza alcun vantaggio personale
    B) Una persona stupida è sempre consapevole delle proprie azioni, mentre un bandito agisce in maniera inconsapevole
    C) Non esiste alcuna differenza tra un bandito e una persona stupida
    D) Un bandito causa danno senza alcun vantaggio personale, mentre una persona stupida agisce razionalmente per ottenere un vantaggio personale
  8. In base a quanto esposto in “Allegro ma non troppo”, che effetto ha l’inconsapevolezza della propria stupidità sul comportamento di una persona stupida?
    A) La rende più prudente nelle sue azioni
    B) Diminuisce la sua capacità di causare danni
    C) Aumenta la forza, l’incidenza e l’efficacia della sua azione devastatrice
    D) La rende più empatica nei confronti degli altri

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Letture di base

Letture – Dialoghi – Come stai?

Dialoghi con presentazioni, per gli studenti di italiano come lingua straniera.

♠ Ciao Mario come stai?
♣ Bene, ma non ho molto tempo per parlare…
♠ Hai fretta?
♣ Sì, ora lavoro molto presto…
♠ Ah, va bene! Allora alla prossima volta!
♣ Ci vediamo, Luca!
♠ Ehi Francesco, come va?
♣ Non tanto bene…
♠ Che succede?
♣ Sono stanco e poi ho fame, ho sete…
♠ Non dormi bene?
♣ Eh no… ho anche sonno.
♠ Oh, mi dispiace!
♣ Anche a me!
♠ Marina! Che bello che sei qui!
♣ Ehi Franca! Come stai?
♠ Benissimo! Sono felice, oggi mangio con Marco!
♣ Chi è Marco?
♠ Marco è il mio fidanzato!
♣ Wow! Complimenti!
♠ Grazie!
♠ Ehi Sergio, oggi hai l’esame?
♣ Sì! E ho paura!
♠ Allora in bocca al lupo!
♣ Crepi il lupo!
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Letture di base

Letture – La favola della ricottina

C’è una contadina che si chiama Marietta. La contadina aiuta sempre un suo vicino pastore e un giorno, il pastore, le regala una ricotta. Marietta è molto contenta, prende la ricotta, la chiude in un cestino e mette il cestino sulla sua testa.
Mentre cammina per tornare a casa, Marietta pensa: «Ora vendo la ricotta e con i soldi compro una gallina. Poi faccio fare molte uova alla gallina, le vendo e con i soldi compro un coniglio. Faccio fare molti cuccioli, al coniglio, li vendo e con i soldi compro un maiale, lo faccio ingrassare e lo vendo, con i soldi compro una mucca. E così guadagnerò tanti soldi per comprarmi una bella casa, abiti eleganti e tutti mi saluteranno con un inchino! Così!». Marietta si dimentica di avere la ricotta sulla testa, si inchina e la ricotta le cade e si rompe. E con lei si rompono tutti i suoi sogni.

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Letture di base

Letture – Ginetta e Ginetto

La giovane Ginetta non capisce più cosa succede! Il sfidanzato, Ginetto, è diventato improvvisamente stupido.
Mentre lei racconta i suoi sogni, le sue speranze e i suoi desideri, lui risponde solo con dei gemiti “eh?”, “oh?” e con dei brontolii lunghi lunghi.
“Povera me!” pensa Ginetta “non posso sposare un ragazzo così sciocco!”. Ma Ginetta non sa che la colpa è sua!
Infatti nell’ultima lettera che ha mandato a Ginetto, invece di scrivere “mi piaci tanto” gli ha scritto “mi piaci tonto”. E lui, per amore, è cambiato.

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Letture di base

Letture – Come stai – Dialoghi

Dialoghi con presentazioni, per gli studenti di italiano come lingua straniera.

♣ Ciao Enrico, come stai?
♠ Ciao Marco, sto bene e tu?
♣ Anche io!
♠ Ci vediamo!
♣ A presto!
♠ Ehi Marta, come va?
♣ Va tutto bene, grazie!
♠ A domani!
♣ Ciao!
♠ Buongiorno signor Gabbano, come sta?
♣ Abbastanza bene, grazie, e Lei?
♠ Non c’è male!
♣ Arrivederci!
♠ ArrivederLa!
♠ Ehi Alfredo, come state tu e Francesca?
♣ Ciao Michele! Benissimo, grazie! E tu e Alessandra come state?
♠ Anche noi stiamo bene!
♣ Allora ci vediamo presto!
♠ Alla prossima!
♠ Buongiorno signora Feliciana, come stanno i bambini?
♣ Buongiorno Luigi! I bambini stanno bene, grazie! E voi?
♠ Anche noi, grazie!
♣ A presto!
♠ Arrivederci!
♣ Ciao Michele, tutto bene?
♠ Mah… no, oggi sto proprio male!
♣ Oh, mi dispiace!
♠ Non è niente…
♣ Allora a presto!
♠ Sì, ciao!
♠ Buongiorno signori Farina, come va?
♣ Buongiorno Antonio, bene grazie!
♠ Buona giornata!
♣ Arrivederci!